253-54 (, ). D’altronde, la tematica del nostro sonetto è non meno cristiana che platonica: basti rinviare a Sapienza, 9, 15(«Corpus enim quod corrumpitur aggravat animam, et terrena inhabitatio deprimit sensum multa cogitantem»)24 e al De consolatione boeziano (v,m. inoltre i passi dei commenti petrarcheschi di Giovanni Andrea Gesualdo e Bernardino Daniello citati da Roberto Cardini nell’ed. che è tipico delle descrizioni di metamorfosi: vd. . È attestata anche un’altra e più peregrina interpretazione del mito di Glauco, trasmessa dagli scolii antichi ad Apollonio Rodio (Casa possedeva gli Argonautica con commenti: E. Scarpa, La biblioteca di Giovanni della Casa, «La bibliofilia», 82 [1980], pp. . La studiosa ricorda in particolare Bartolomeo Arnigio (il quale, membro dell’Accademia degli Occulti di Brescia, già nel 1568 riconduce i versi del Casa al decimo libro della Repubblica platonica: Rime degli Accademici Occulti con le loro imprese et discorsi, Brescia, Vincenzo di Sabbio) e il Tasso (per il quale vd. Entrambi, infatti, sono miti del mare e della gola. Esempio di uno schema: ABBA ABBA CDE DCE FF. Qui, verso la fine, i due interlocutori (il Nifo, chiamato Agostino Sessa dal nome della sua città natale, e Cesare Gonzaga), si intrattengono a lungo sull’esegesi allegorico-filosofica del nostro sonetto e in particolare della figura mitologica di Glauco (vv. Riguardo a Glauco, egli si appoggia – come già videro i commentatori cinque e seicenteschi – a un passo della. anche XLVI, 62, cit. IV, pp. »), si contrappone con immediato parallelismo l’odierna presa di coscienza» («or conosco. Il sonetto è stato inventato da Jacopo da Lentini verso la prima metà del Duecento, nell'ambito della scuola poetica siciliana, sulla base di una stanza isolata di canzone, in modo che la struttura metrica formata da quattordici versi endecasillabi suddivisi in due quartine e due terzine, sia identica a quella di una stanza con fronte di due piedi e sirma di due volte senza concatenazione. ch'io mi sentia dir dietro spesse fiate: ibid., e in generale, su questo passo plotiniano, pp. C2 -Mp (= Biblioteca Apostolica Vaticana, Chigi L iv 133, e Montpellier, Bibliothèque Interuniversitaire, Section Médecine, ms. 354)«franco e chiaro» (cfr. Quo enim spectat labor iste perpetuus continuequeque vigilie ac vehemens impetus studiorum? 60 Alv. . costituirebbe dunque una banalizzazione; ma io ritengo piuttosto che sia la nostra sensibilità moderna a farci preferire un Della Casa deciso a chiudere le sue rime su una nota pessimistica e non “confessionale”. 37 Pétrarque, Les remèdes cit., I, p. 596. 109-14). . si trovino a breve distanza, privi tuttavia di qualunque interpretazione allegorica, i miti di Esaco e di Glauco (vv. Il Casa, insomma, si rivela petrarchista anche quando da Petrarca sembra a noi più decisamente allontanarsi per adottare soluzioni espressive la cui “modernità” tendiamo talora a sopravvalutare, condizionati come siamo da una visione eccessivamente “monolitica” e “levigata” dei. Singula hec haud negligenter legisse me noveris. Ideato probabilmente da Guittone d'Arezzo è un sonetto in cui vengono inseriti settenari dopo i versi dispari delle quartine e il primo e il secondo verso delle terzine A questa nostra, che dell'altrui pelo Or ho perduta tutta mia baldanza, soprattutto il sonetto 151 e il madrigale 152, incentrati sul motivo platonico della necessaria eliminazione del, ; nel madrigale, in particolare, si propone un’esplicita analogia fra la tecnica del, propria dello scultore e la condizione dell’uomo, che per salvare la propria anima deve liberarsi del «superchio della propria carne», da quella «inculta sua cruda e dura scorza» (simile dunque alla pelle di Glauco disceso nel mare, coperta di spume e conche). Il rinvio a questo luogo platonico gi, Il ragionamento appena concluso e altri del genere possono dunque indurre ad affermare l, anima. Si tratta infatti di due miti che per il Casa alludono al motivo platonico della caduta dell’anima, all’idea dell’uomo, cioè, che perde la sua primitiva perfezione e piomba nell’opacità della materia;19 due miti, potremmo dire, della “pesantezza” che aggrava, e che toglie all’anima quelle ali di cui parla appunto Platone nel Fedro e che le sono necessarie per risalire verso Dio. 6-7 «e’nqueste de l’amaro / mondo tempeste» (ibid. 76-78), dove le tre dee concedono i loro doni alla donna celebrata, probabilmente Madeleine de la Tour d’Auvergne, che andava nel 1518 in sposa a Lorenzo de’ Medici il Giovane. - ppt scaricare.CCI01022018.pdf.CCI01022018_2.pdf.CCI01022018_3.pdf.I.C.S. – 5 Egeo: per un’analoga sineddoche vd. 3 Ovidio dice che Esaco, prima di innamorarsi, viveva appartato e privo di qualunque ambizione (libro XI, 764-766: «oderat hic urbes nitidaque remotus ab aula / secretos montes et inambitiosa colebat / rura nec Iliacos coetus nisi rarus adibat»); per il Casa poteva dunque essere simbolo dell’uomo che nasce puro, vale a dire libero dal peso dei beni terreni e delle passioni, ma che poi si fa irretire dagli appetiti materiali. Il sonetto LXIV rappresenta Dio che ha tratto la luce dalle tenebre, il bene dal male, il senso dal, Il canzoniere di Giovanni Della Casa dal progetto dell’autore al rimaneggiamento dell’ed, : «la sezione morale, che costituisce l’approdo del libro e della vicenda i, , insomma, si presenta come una sorta di testo-consuntivo, collocato com’è in una posizione strategica all’interno delle rime, dopo la sestina, (che proclama la rinuncia definitiva agli onori mondani). È significativo che anche qui si tratti di versi ovidiani, come nel sonetto LXII del Casa, e come ovidiana è la lettura cui Petrarca fa riferimento in, 56, 12 a proposito del detto di Solone: perché Ovidio era autore notissimo, e in particolare le, erano testo di lettura scolastica. 69 Come scrive Tanturli, p. xxiv, il Casa si ingegna di «evitare quel che di scontato e di schematico è nella struttura del sonetto», e per questo «la sintassi tende a non combaciare con la struttura metrica». Anche, è voce ricorrente nel canzoniere del Casa (vd. ). 8 e 13, dove il Bembo è detto «sacro cigno sublime»; anima del poeta] / credendo assai da terra alto levarse»), prima che anch. T. A. Szlezák, Platone e Aristotele nella dottrina del Nous di Plotino, trad. cit., p. 53: «L’esempio di Esaco formalmente è una variante retorica in chiave mitologica del solito emblema dell’uccello “in ima valle preso”», Dire la verità al principe. . 109-33), LVII (pp. , p. 238, scrive a questo riguardo: «Fa il verso di numero tardo, che pare che non possa fare il suo viaggio». Il sonetto XII ( Se la mia vita da l' aspro tormento ) Users without a subscription are not able to see the full content. Qui però non sembra che Casa pensi a questa interpretazione del mito (dove pure l’atto di gettarsi in mare è visto negativamente, come un tentativo di suicidio causato dal tedio per la vita, e dove quest’ultimo scaturisce dalla perversa sete di immortalità, un po’ come nel mito celebre della Sibilla cumana). Petrarca allude a due aneddoti narrati da Vitruvio, De architectura, VI, praef. Vd. Achetez et téléchargez ebook Il paese dei coppoloni (Italian Edition): Boutique Kindle - Littérature : Amazon.fr Let them know! XXVI, 1: “Mentre fra valli paludose e ime”] sia segno distintivo, fin dal suo apparire, del tema. Regal aspetto e piacevol sembiante 141-63: 155 e 163. come parole-rima di sestina ricorrono soltanto nel Casa (Longhi, , p. 53, le «esche» sono «mortali» in quanto «sottoposte alla corruzione», o perc, 37 (attacco del congedo della sestina: «Già in pretïoso cibo o, 1-4: il poeta visse lieto e pieno di speranza i pochi giorni puri e sereni che il cielo assegnò alla sua vita oscura: «Nes-sun lieto già mai né, a la mia vita oscura / puri et sereni il ciel parco prescrisse». Qui, in particolare, tutto si fonda sulla figura dell’antitesi: puroimpuro, leggero-pesante, alto-basso, digiuno-sazio, leggere-conoscere, chiaro-scuro (ossia, luce-ombra: un contrasto, questo, sviluppato più a fondo nel sonetto, , che su di esso è interamente imperniato; e si ricordi anche la canzone, , dove il poeta afferma ai vv. Come a dire che il Casa è stato Glauco – quando, sceso puro nel mondo, si è aggravato di pesi materiali – ed è ancora oggi Esaco, che riesce a volare solo se digiuno (giacché egli, non avendo in tutto compiuto il suo cammino di perfezionamento morale, conosce periodiche ricadute nel male). La successione dei due sonetti finali nella princeps costituirebbe dunque una banalizzazione; ma io ritengo piuttosto che sia la nostra sensibilità moderna a farci preferire un Della Casa deciso a chiudere le sue rime su una nota pessimistica e non “confessionale”. Laboratorio del sonetto-Testi ed autori senesi contemporanei, https://it.wikipedia.org/w/index.php?title=Sonetto&oldid=117004327, Collegamento interprogetto a Wikisource presente ma assente su Wikidata, Voci non biografiche con codici di controllo di autorità, licenza Creative Commons Attribuzione-Condividi allo stesso modo. 20Se dunque il primo è il mito della discesa inesorabile, il secondo è quello della risalita difficile (o impossibile), giusta il topos neoplatonico. Un poeta umanista quale è il Casa, però, può discostarsi dalle sue fonti solo se autorizzato da altre non meno autorevoli fonti. La studiosa ricorda in particolare Bartolomeo Arnigio (il quale, membro dell’Accademia degli Occulti di Brescia, già nel 1568 riconduce i versi del Casa al decimo libro della, Rime degli Accademici Occulti con le loro imprese et discorsi. si accenni parimenti all’innamoramento di Glauco per Scilla). al riguardo il mio I carmi latini di Giovanni Della Casa e la poesia umanistica fra Quattro e Cinquecento, in Giovanni Della Casa, Atti del convegno di Firenze, a cura di S. Carrai, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 2007, pp. 179-81. non perché questo don sia bono o bello, che il Della Casa voleva esprimere nel suo sonetto era più vasta di quella amorosa». Ma bisogna guardare, Glaucone, in un, altra direzione. Ma l’uomo – se non lo soccorre la donna, avviandolo alla perfezione spirituale – non ha né il. E inoltre: 1 e 9, (vv. At vero iam pridem vite simul et morti necessaria didicisti. . 1, 6). È, questo, tema della parte finale dei, 81, 12-14 («Qual gratia, qual amore, o qual destino / mi darà penne in guisa di colomba, / ch’i’ mi riposi, et levimi da terra?»), dove pure è introdotta l’antitesi fra le ali (qui, le penne di colomba del salmo 54, 7) e il «fascio antico» del v. 1: «Io son sì stanco sotto ’l fascio antico / de le mie colpe et de l’usanza ria» (le. il già ricordato Boccaccio delle Genealogie (qui cit. Se si escludono sparsi e isolati accenni, solo in un altro testo, il sonetto xxxvi (La bella greca), la componente mitologica appare davvero dominante e decisiva, giacché il poeta paragona lì la dedicataria Elisabetta Quirini a tre mitiche bellezze dell’antichità (Elena, Semele e Dafne) che a suo parere, se si sottoponessero al giudizio di Paride, sarebbero – come ogni altra bella donna – da lei superate. Estense, ms. α. V. 6. sogni... pensieri sussurrati dal cuore. il mio, Dall’“epistola” al “carme”. Giova ancora rammentare, a questo proposito, i tre tipi umani di Plotino, che nell’interpretazione del Garigliano rappresentano i voluttuosi, gli attivi e i contemplativi: proprio come nel canzoniere casiano, dominato dalle due tentazioni capitali (di cui la prima, l’amore, corrisponde al primo e più basso livello, quello della vita dei sensi, e la seconda, l’ambizione mondana, al secondo, quello della vita attiva), cui segue l’agognato traguardo della vita contemplativa (lxiii-lxiv). 28 A. Sul genere metrico-letterario dei «Sepolcri», in I «Sepolcri» di Foscolo. 98-112 ha buone osservazioni sulla metrica del Casa) sottolinea a p. 99 che l’«aggancio logico-sintattico» fra le terzine caratterizza anche il sonetto XXXVI. 67 G. Stella Galbiati, L’esperienza lirica di Giovanni Della Casa, Urbino, Montefeltro, 1978 (che alle pp. interstrofico che fa debordare la prima terzina nel verso iniziale della seconda, e conferisce alla lirica una struttura logico-sintattica non corrispondente a quella metrica, con un andamento che potenzia l’efficacia sentenziosa della chiusa, isolando a mo’ di epigramma gli ultimi due versi e facendone la cifra di un’intera esistenza («sì ’l core anch’io, che per sé leve fôra, / gravato ho di terrene esche mortali»), , il Casa si ingegna di «evitare quel che di scontato e di schematico, Le «Rime» di Giovanni Della Casa come “lectura Petrarcae”, , a cura di P. Procaccioli, Roma, Salerno Editrice, 2, Nicola Villani (1631) parla per il Casa – poeta che egli non apprezza – di stile «aspro, difficile, Tale discrasia fra il livello metrico e quello logico-sintattico, come si sa e come già videro gli esegeti cinquecenteschi (a partire dal Tasso). Si rammenti del resto che la tradizione mitografica (da Fulgenzio a Boccaccio: vd. alla nota 6). benignamente d'umiltà vestuta; ché grave 'n abondanza è carestia. vedo che tien di conto dei Tedeschi Secondo lo schema: AaBAaB, AaBAaB, CcDdC, DdCcD. 43 Si noti, a questo riguardo, anche la differenza dei tempi: di Glauco si parla al passato (si pose, fêrsi), di Esaco al presente (apre e distende, prende). Per ogni coda successiva alla prima il settenario rima con l'ultimo verso della coda precedente. ., e in generale, su questo passo plotiniano, pp. In quella canzone, infatti, Petrarca rappresenta cinque momenti della sua dolorosa vicenda amorosa attraverso altrettante metamorfosi mitologiche desunte da Ovidio, dichiarando di aver vissuto di persona le sconvolgenti esperienze di Dafne, Cicno, Batto, Biblide e Atteone. Scribo libros. Milano, Vita e Pensiero, 1997, pp. dell’intero canzoniere, di cui compendia al tempo stesso le principali tematiche e le più peculiari soluzioni formali. In effetti, come osserva la studiosa, il Casa porta avanti il progetto già bembiano «di alzare il registro della lirica a quello della poesia epica e della poesia didattica» (p. 148); e ciò, aggiungiamo, in ossequio all’idea “classica” (greco-latina) di “lirica” come genere non meramente “elegiaco” ed esclusivamente “amoroso”, ma “alto” e “composito”. II, 160-62: «lungo costor pensoso Esaco stare / cercando Hesperia, or sovra un sasso assiso, / ed or sotto acqua, ed or alto volare») forse si percepisce qualche eco nella sirma del sonetto LXII. e prego sol ch'audir mi sofferiate, : per un attacco analogo, nella medesima posizione metrica (in apertura di sirma), vd. . ] anche, ostro, et come ignuda piace / et negletta virtù pura et verace»), con la contrapposizione fra la virtù «pura e verace», che «ignuda e negletta» piace e risplende, e quella coperta invece di gemme e d. ostro (appesantita, offuscata, dunque, mentre Trifon Gabriele, ora che è morto, è scarco, alleggerito della soma terrena; n povera esca, / virtù»). 2) il tema dell’uccello appesantito e dunque impossibilitato a volare (come lo smergo in cui si trasformò Esaco),51 cui il Casa paragona se stesso, desideroso ma incapace di sfuggire ai lacci terreni, domina nella parte finale delle rime. La stessa idea teorizzata e praticata, nei, , da quel grande ammiratore del Casa che fu Ugo Foscolo (cfr. Né si dimentichi la canzone. 81-105), XLIX (pp. Ma nel sonetto xxxvi i paragoni mitologici sono di tipo cortigiano e di fattura del tutto tradizionale, tanto che l’intero componimento si configura come la ripresa e la variazione di un tema topico, già recuperato – per ricordare solo due testi tenuti ben presenti dal Casa – in un’ottava del Furioso e in un sonetto di Pietro Bembo (il 133).26 Il sonetto lxii, invece, rivela l’inclinazione a rivivere il mito in una prospettiva drammaticamente soggettiva e autobiografico-morale, sulla scorta della canzone xxiii dei Fragmenta, che ne costituisce il modello diretto: potremmo dire, anzi, che il nostro sonetto è l’equivalente casiano della canzone delle metamorfosi, quasi una sua moderna riproduzione in scala ridotta.27, 13In quella canzone, infatti, Petrarca rappresenta cinque momenti della sua dolorosa vicenda amorosa attraverso altrettante metamorfosi mitologiche desunte da Ovidio, dichiarando di aver vissuto di persona le sconvolgenti esperienze di Dafne, Cicno, Batto, Biblide e Atteone. 2Il componimento è occupato dall’evocazione di due miti classici, simmetricamente distribuiti nelle sue due parti: nelle quartine, il mito del pescatore Glauco, che avendo visto i pesci da lui catturati tornare miracolosamente in vita, volle mangiare l’erba sulla quale li aveva deposti, e si trasformò in un dio marino; nelle terzine, il mito di Esaco, il quale, in preda alla disperazione per aver indirettamente causato la morte dell’amata Esperia (uccisa da un serpente mentre egli la inseguiva), decise di gettarsi in mare, ma venne salvato da Tetide, che, impietositasi, lo trasformò in un uccello marino, lo smergo. Essa risiede da un lato nell’aver connesso il mito di Esaco con l’immagine plotiniana degli uccelli appesantiti dal cibo, paragonati dal filosofo agli uomini materiali (il trait d’union gli venne fornito probabilmente da Plinio il Vecchio, Nat. SONETTO - BADA A COME PARLI In machina, l’antr’ieri co’ Pierino. «Deo, per qual dignitate Da qui l’antitesi «. LXII è degna di nota la variante d’autore dei mss. Francesco Bausi, « Il sonetto lxii di Giovanni della Casa e l’epilogo del suo «Canzoniere» », Italique [En ligne], XV | 2012, mis en ligne le 01 décembre 2015, consulté le 16 décembre 2020. 231-32, apparato), donde si ricava che Tasso aderisce già all’interpre-tazione dantesca del mito: «diventeremo quasi divini, come fe’ Glauco nel gustar de l’erba» (p. 232, variante di β). 9 Garigliano, p. 52; ivi, ap. Vd. In populo tutior esse potes»), e, dopo che Francesco ha affermato di conoscerli perfettamente sin dall’infanzia («Recordor optime: ab infantia pene michi familiariter noti erant»). 247-79, p. 253), ripresa da Poliziano (Commento inedito alle Selve di Stazio, a cura di L. Cesarini Martinelli, Firenze, Sansoni, 1978, p. 229) e ricordata anche dal Varchi (Sopra il primo canto del “Paradiso”.

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